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Come cambiano le cose. Cosa?
Che qualcuno sia gentile. Mi regali la costanza. Ma anche un po' di carta da spendere.
Che l'autunno è quella stagione dei rimorsi. Basta vedere le piante a piangere per rendersi conto del tempo. Che ne ho sprecato, ma mai abbastanza. L'autunno è del sonno casa, madre anche. Nel sonno vorrei rimanere, per vedere da altezze sconosciute il pensiero di me. Comunque, più di tutti ci arrivò Battisti: Autunno è il prologo di discese ardite e delle risalite
Questa non è una storia. Perché non inizia. Non finisce.
Non è un cazzo. E questo non sono io.
“Morto?”
“Beh, a guardarlo da qui sembrerebbe…”
“Non ti ho chiesto un’impressione. Dimmi se è morto”.
“È morto”
“Sicuro?”
“Sì”
“Bene. Torniamo a bere”.
Non che non ero morto. Come cazzo fa uno a morire cadendo da una finestra al pian terreno di una casa con tanto di giardino ben curato? O è uno sfigato al cubo oppure è semplicemente steso ubriaco e addormentato.
Ma per quei due deficienti strafatti di erba, il fatto che nel loro giardino ben curato ci fosse un morto chissà perché li riempiva di gioia. Non è da tutti avere un morto in giardino, no. E per giunta ben curato. Il giardino.
“Come ci liberiamo del cadavere?”
“Non chiamarlo così. Cadavere mi fa impressione e poi ha… aveva un nome. Comunque non so. Ci sarà pure una discarica in questo paese di merda, nei film è così che fanno. Ammazzano uno, lo mettono nel baule della macchina e lo rovesciano in una schifosa discarica. Punto. Dami la birra”.
“Prendi, è l’ultima. Una vera e propria discarica non c’è da queste parti. Però c’è un centro di stoccaggio per i rifiuti, qualcosa di utile lo potremo fare”.
“Vedi, sei approssimativo. Ci vogliono le idee chiare. Cazzo, abbiamo un amico da smaltire non un televisore. Hai ancora un po’ d’erba?”
“No. Provvedo domani. Usciamo a raccattare il cadavere? L’amico, volevo dire”.
Mi trovavo steso come un cazzone qualunque su un tappetino d’erba, alquanto ubriaco e avevo molto sonno. Dai miei calcoli si era fatto tardi e sentivo giunta l’ora di tornare a casa. Anche quelli come me lavorano e non potevo di sicuro presentarmi l’indomani in ufficio in quello stato. Certo si stava comodi sull’erba, anche se non riuscivo a ricordarmi come cazzo ci ero finito. Non si lascia mai una festa senza salutare il padrone di casa, un po’ di educazione.
“Notte fratelli, io vi abbandono che non mi sento neanche troppo bene. Grazie tante. Di tutto. Di cuore. Notte”.
“Ma. Come. Come hai fatto?”
“Fatto? Cosa? Notte, deve essere tardi”
Ero riuscito a trascinarmi a letto senza particolari pensieri. Sembrava tutto a posto anche per questa volta.
“Bene. Non abbiamo il morto. Sei uno stronzo e questa è stata una serata di merda. Finite le birre, finita l’erba pure il morto se n’è andato cazzi suoi. Sei un approssimativo del cazzo, sei”.
“Adesso dimmi che è colpa mia se quello cammina ancora. Sembrava morto”.
“Vado a casa. Ci si sente domani”
“Buonanotte”.
Era quasi mattina ed ecco apparirmi Ashley Judd. Nuda. Tutta nuda. Cazzo, era nuda. Era.
Ma da quanto tempo è che non sognavo?
Ricevo e, malvolentieri, pubblico.
Caro
È curioso osservare gente di nascosto. Niente di strambo, eh. Solo gesti quotidiani ai quali nessuno sfugge. Passarsi una mano fra i capelli, sistemarsi la gonna dopo essere scesi dall’auto, pulire gli occhiali, fingere al telefono…
È curioso, dicevo, dare uno sguardo nascosto per notare l’assenza di passione in quei gesti. Assenza di passione che si manifesta quando la presenza altrui ci sovrasta. Gesti semplici che diventano meccanismi dei più perfetti, mosse studiate ad arte per creare impressioni, generare comportamenti, indurre reazioni.
Passione che li riempie tutti, invece, alla mancanza di un “interlocutore”.
Questo processo avviene anche nella scrittura.
Quando scrivo senza sapere di essere letto o , al limite, senza che il lettore mi conosca di persona, la libertà delle parole e delle storie è assoluta.
Quando, al contrario, la mia storia sa di finire in mani “amiche”, diventa meccanica. Esercizio. Con altre parole, senza che nessuno si offenda, è una forma inconscia di autocensura.
Tutto ciò può essere riportato all’interno della dinamica di un rapporto umano?
Se A non conosce B, B nei confronti di A e viceversa avranno comportamenti spontanei. Se A non sa di conoscere B, o meglio conosce B ma crede che sia C, cosa può succedere?
Avviene che A mantiene la sua spontaneità originaria, ma non per sua volontà bensì perché indotta da B, che A crede essere C, con un azione “scorretta”, non naturale.
Quindi l’esperimento è nullo.
Al passare del tempo B perderà l’identità d’origine e sarà identico all’idea che A si è data di C. B sarà effettivamente C.
Questo spiega, a mio modesto avviso, la finitudine di qualsivoglia rapporto umano.
Con affetto e stima,
Philip Montagner
Quando di professione ero studente prendevo treni. Non per necessità, perché mi piaceva.
Ora non ho tempo. Il treno non è benvoluto da chi non ha tempo da perdere.
Al mattino il mio preferito era il vagone Operaio: gente senza virgole, ben quadrati e paurosamente silenziosi. Tutti blu. Tute blu.
La loro “compagnia” attutiva i sensi di colpa di chi come me si trovava nel posto sbagliato, aiutava la sopportazione del genere umano e permetteva una visione tranquilla della classe regina. Fossi stato pittore li avrei dipinti così, sacchi gonfi blu stramazzati su quei luridi sedili quasi marroni (una volta, marroni).
Al pomeriggio era la noia. Bambini, madri di bambini, bambini appena cresciuti.
È il rumore il loro distintivo. O il risultato del compito in classe, anche.
Il pomeriggio sui treni chi come me li prende per piacere, dorme. Ma. Non ci arriva.
Alla sera, dipende dalla sera.
Il vagone Prostitute è affollato di lingue straniere che non capisco ma mi piacciono. Il cattivo gusto del vestiario è compensato dalla dolcezza. Dei volti. Tutti di molto scuri.
Nel vagone di dolce cattivo gusto non c’è regola.
Il vagone “Normale” l’ho poco frequentato. È stata una fortuna.
Comunque.
Vorrei avere tempo. Vorrei salire treni.
Ho una donna da regalare, sì.
La dono che non voglio guadagnarci ed ho in ragionevole considerazione chi se la prenderà.
Già lo amo, ecco.
Un giorno che ero malato per finta, ho recuperato il catalogo Postalmarket da un cassetto di casa.
Avevo visto la postina portarlo ma non mi era permesso dargli uno sguardo. E chissà mai il perché?
Ecco.
Dopo averlo osservato in lungo e in largo ed essermi alquanto soffermato nella sezione “biancheria intima femminile” (che, non so perché inizi ancora con le vestaglie da camera…) ho capito tutto. Ho capito perché a me bambino non era possibile entrare tra quelle pagine.
È così che ho scoperto il meraviglioso mondo della donna quasi nuda.
Oggi quasi per scherzo ho frequentato la TV.
Ah, che bello il genere umano televisivo.
Ho smesso di contare i morti ammazzati quando sono stati superati dal numero di materassi in offerta specialissima.
Comunque.
Sono fuori dal mondo e sto invecchiando da incosciente: mi manca l’etica del risparmio, il momento topico dello sconto e la catarsi del 3x2.
Son solo uno sciocco immerso nella banalità del reale.
Ho una certa noncuranza nei confronti di chi cerca attenzioni lamentandosi perché non ne riceve affatto.
Però fanno comunque ridere.
Oggi ultimatum anch'io. Domani chissà...
Un giorno drammatico.
Merda, un giorno di merda.
Se sei maschio appassionato alla pedata accoppiato con femmina che non capiace nemmeno la differenza tra fuorigioco passivo e attivo, che è ancora estate e si va in barca, che la tv satellitare è roba da snob, diverrà tragedia.
Se sei uno dei pochi(?) che del football se ne fottono, è meglio farsi eremita e staccare la spina.
L’11 settembre comincia il campionato italiano di calcio stagione 2004/2005 e sarà una strage.
Che tu sia appassionato o meno, maschio o femmina, frocio o lesbica, non potrai però non tenerne conto.
Insomma, da questo giorno e per tutto l’anno non potrai fare a meno di esprimerti come un esperto di geopolitica alle prese con un dirottamento aereo nel Caucaso meridionale: “Dopo l’11 settembre nulla è più come prima…”
Cazzo, e ti credo.
Pre-11 settembre.
I segnali dello scempio ci sono tutti ma tu non te ne accorgerai: accendi la tv e già dal mattino cominciano le carrellate dei gol più belli della stagione 87/88 e seguenti, sui giornali fioccano le previsioni della vittoria finale, al bar ci si comincia già a scazzare tra opposte tifoserie, le parabole aumentano di numero, al centro abbonamenti Sky ti dicono che hanno problemi più urgenti che l’oscuramento improvviso del tuo History Channel . Non ci badi e pensi all’estate che sta per finire.
11 settembre.
L’apogeo del massacro: la tv è militarizzata da opinionisti brizzolati con la bava alla bocca e da ragazzetti in pantaloni corti imbottiti di ormone della crescita. Numeri, risultati, 1x2, pali, rigori, moviole e super spot a getto continuo. In edicola i giornali finiscono presto perché le copie Gazzetta non sono sufficienti a sedare la brama di notizie del popolo del pallone ed ogni quotidiano dotato di pagina sportiva va bene uguale. Al bar non ci puoi entrare perché è pieno di deficienti sigarettamuniti che urlano come ossessi.
Interisti, per’altro.
History Channel è ancora oscurato, cazzo.
Post-11 settembre.
Il day after che non è un day after. Perché le tragedie non vengono mai da sole e se pensi di essere un sopravvissuto ti sbagli di grosso: l’11 settembre era solo un assaggio di quella peste nera chiamata campionato di calcio. Perché il 12 è domenica e la domenica è il giorno del Signore dei palloni.
Merda, lo sapevo.
Dopo l’11 settembre niente è più come prima.
Ora si dovrebbe parlare di Aldo Biscardi, ma quando è troppo è troppo.
Non ce la faccio e poi si è riavuto finalmente anche History Channel: stanno dando in prima assoluta la storia completa dei Campionati Mondiali di calcio “tutti i gol e tutti i protagonisti di questa fantastica avventura”.
Che poi le riunioni parentali devono essere lo stesso spasso ad ogni latitudine. Credo.
Prendete le mie.
C’è sempre la zia vedova che si è fatta il fidanzato e crede di essere una diciottenne strafiga: maglietta attillata, pantalone lungo, scarpa lucida rossa.
C’è pure la cugina lesbica incazzata col mondo e con il machio dominante: non caga nessuno e se si giunge all’argomento matrimonio si tuffa nel dessert.
Non può mancare il cugino fighetta: vestito finto barbone, slang metropolitano, oggettistica tecnologica varia.
La nipote troia non so se c’è in tutte le famiglie. Nella mia c’è e si vede: veste come una troia, parla come una troia, si muove come un a troia, profuma più di una troia.
La pietosa coppia di zii senza figli è da evitare come la peste, perché gli interrogatori non finiscono mai e ti scappa sempre qualche cazzata incoffessata che ti fa sempre fare una figura di merda.
Comunque.
Ognuno ha il parentame che si merita, cazzo. Mica li puoi rinnegare, no.
Confesso di aver pensato spesso all’omicidio.
E che vi debbo dire non so. Son giorni del cavolo, ecco.
Mi sbatto da parte a parte ma non ce niente che mi riesca di concludere. Sarà il cambio di stagione, forse.
Insomma, le sere si accorciano e quando diminuisce la luce mi prende qualcosa di molto vicino alla depressione. Ma poi passa.
Mica mi posso mettere a descrivere gli odori dell’autunno e varie amenità che ancora autunno non è e i prodotti fuori stagione hanno fatto il loro tempo.
Potrei accomodarmi nell’attualità che spunti ne offre ma gira e rigira siamo sempre allo stesso punto: gente che nasce, gente che sparisce, gente che muore e gente del cazzo.
Dovrei frequentare le persone giuste, quelle che contano.
Sarebbe conveniente avere un briciolo di costanza.
Comunque.
Ci sarebbero un sacco di cose da dire.
Non so se dirle, non so come dirle e allora non ve le dico e basta.
[*] Il titolo del post non centra una cippa ma mi pareva una figata
La differenza è che uno scrive tutti i giorni meccanicamente e senza fatica, l’altro fa una fatica boia e mica sempre gli riesce.
Oggi mi sono ricordato di quel giorno che non mi ricordavo di niente.
Dai Simo resisti che è quasi Natale.
Perché erano dieci giorni che nevicava sempre sempre e per tirare fuori la 132 dal garage c’era bisogno della pala quella quadra. Era tutto un po’ palloso, tutto bianco e suoi derivati e anche la notte il bianco si vedeva e non ho mai capito il perché ma dicevano che era la luna.
Comunque.
Si spalava nel paese. Tutti avevano imparato l’arte e mettevano la neve da una parte ma anche dall’altra che era troppa e da un lato solo si ammucchiava e poi diventava ghiaccio e quanto tempo ci voleva, magari la primavera, per sciogliere tutto.
Io che non c’avevo l’Atari che era un gioco il più bello che si attaccava alla tele, e giocavo a dama o a briscola. Quindi si era soli, anche a giocare. C’avevano fregato anche la scuola che era chiusa. La slitta o il bob dopo tre giorni ti rompi e allora cominci a pensare all’incontrario. Se quando avevo visto i primi fiocchi quelli che diventano acqua sulla strada e non attaccano speravo non finisse mai, ora cercavo il sole. Almeno per colorare un po’ tutto.
Invece.
No. Ha continuato a nevicare ancora fino a che la casa della Lisa che era la più bassa del paese non è stata coperta tutta. Anche il camino. La Lisa non si sa più che fine a fatto ma non interessa a nessuno perché il bianco acceca.
Poi è toccato agli altri, poi a tutti.
Anche oggi che è agosto e di là credo faccia caldo qui continua a nevicare. Ma poco poco di questa stagione, giusto quel tanto per non farci perdere l’abitudine.
Noi siamo in 247 qui sotto. Ci arrangiamo. Ho rivisto anche la Lisa, è un po’ invecchiata ma fa sempre il suo effetto. La tele non funziona più ed è una sfiga perché l’Atari di Giangi non si vede e allora ci si diverte con poco. Avendo consumato le ultime carte rimaste, non c’è mica tanto da fare qui da noi e si gioca alla grande, il papà di Giangi ha inventato la briscola senza carte. Che è una figata e allena il cervello, dice lui.
Comunque.
Se trovo la pala quella quadra che si usava per tirare fuori la 132 dal garage, comincio a fare un tunnel e vado. Mica sto male qui, solo per vedere il sole e per vedere un po’ tutto colorato.
Il bianco acceca, speriamo in bene.
seduta davanti guardi
ti segue un’aura di
luce nera contro il muro
sempre di schiena
vedo di te un profilo che
non esiste se non in-verso
In questi giorni ho tentato di inseguire l’attualità ma va troppo veloce per me.
Accosto e la faccio passare. Non si ferma neanche per salutare. Addio.
Invece.
Pare che le città italiane d’estate si svuotino e si ripopolino ogni 12-24 ore. Pare. Ascoltando i telegiornali della sera, dico. A seconda della rete e del giorno della settimana , l’ effetto è inverso. I giorni pari sui canali dispari, le città son deserti preda di turisti stranieri. E anche maleducati, a volte.
I giorni dispari sulle reti pari, le città brulicano di indigeni sfigati, morti di caldo e maleducati un po’.
Sarà come sarà, purché si mettano d’accordo.
Lo spirito olimpico è qualcosa che non esiste. Mica ci sono mai andato all’olimpiade. No.
Però l’olimpiade c’è.
E anche Giacomo Crosa, uno che telecronaca con il dizionario dei sinonimi e dei contrari sottomano.
E Galeazzi in solitudine col catarro che risale lentamente ma non sfonda di gioia.
E se il figlio dell’emiro vince l’oro, lui che sull’oro ci poggia il culo tutte le mattine, anche la poesia sprofonda.
Lo spirito olimpico non è qualcosa, quindi non esiste. Prendete il nuoto: a sedici anni si va d’argento e col mal di cuore si va all’isola dei famosi. Che spirito è mai questo?
È tutto un riciclo di stellette, non a caso vincono i militari in discipline d’armi e poi si chiede una tregua di guerra.
In tutto questo vortice d’oro d’argento e di bronzo, un sindaco sparisce con l’aiuto di un laccio di scarpa. Al collo come una medaglia.
Lo spirito olimpico non esiste, il mondo continua a partecipare.
Vincere è tutta un’altra storia.
Sì beh.
Non è che ora tutti ci mettiamo di lena a raccontare le vacanze, che poi non frega un cazzo a nessuno.
Invece.
Ho seri diverbi di identità. Perché.
Il mondo deve essere diviso in due parti disuguali: la parte normale piena di gente impegnata a dimostrare ossessivamente la propria normalità. Non riuscendoci.
La parte non normale semi vuota di personcine occupate a distinguersi. Riuscendoci troppo. Inutilmente.
Invece.
Perché noi tutti non tentiamo di essere ciò che siamo e punto. Punto.
Mi verrebbe di enorme aiuto, non sapendo io a quale categoria umana appartenere.
Un minuto di raccolglimento.
Il mio pc è defunto.
Passerò i giorni da oggi sino al 20 di agosto nell’espletamento della mia attività preferita:
l’elaborazione del lutto.
Comunque.
(…)
“Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura”.
Italo Calvino - Lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964
"Sono una donna, non sono una pianta".
Da quando te ne sei andata, la mia vita non è più la stessa. Non potevi andartene prima?
Mai andate così piano le Formula 1, no.
Ma vuoi mettere la direzionalità dello “sterzo”? E l’inserimento nella parabolica?
Non c’era paragone.
Comunque.
Io da piccolo ero piccolo. Ma veramente piccolo. E di diavolerie elettroniche non si sentiva parlare, figuriamoci giocarci. Ci si arrangiava un po’ alla buona ecco.
Il GranPremio Automobilistico del mio cortile si svolgeva sempre d’estate, non per esigenze di calendario internazionale ma semplicemente perché la terra doveva essere morbida e asciutta al punto gusto. La terra, elemento essenziale insieme a: almeno otto concorrenti, dieci biglie di plastica del diametro di una moneta da 100 lire, pantaloni lunghi nonostante il caldo e mani poco delicate o comunque disponibili allo scavo.
Otto concorrenti e dieci biglie? Sì, le rotture erano frequenti e il muletto doveva essere garantito ad almeno due fortunati: il proprietario della pista e il fornitore ufficiale di merenda a fine gara.
È superfluo sottolineare che non potevano essere la stessa persona, per sportività.
Ognuna delle biglie era un insieme di due semisfere, una colorata ed una trasparente per permettere di vedere l’interno: un dischetto con fotografia della macchina da Formula 1 scelta.
Bene.
Per preparare la pista servivano almeno un paio di quarti d’ora..
Dopo aver individuato lo spazio giusto, (era sempre lo stesso, i quattro metri quadrati sotto l’albero fuori dall’autorimessa) si procedeva ad accordarsi sul tracciato: quante chicane?, due paraboliche? Il sotto passo lo facciamo quest’anno? Il fosso trappola?
Esaurite le questioni burocratiche, si procedeva alla tracciatura vera e propria muniti di bastoncino appuntito tracciasolco. Ora, scavare gente.
Tutti quanti gli otto concorrenti si piallavano sul terreno, precedentemente umidificato per rendere agevole l’opera, e la gara aveva inizio.
Sì, perché eravamo dei piccoli bastardi io e il Giangi: durante lo scavo era sufficiente piazzare dei piccoli sassi al posto giusto, all’entrata di una curva o all’imbocco del sottopasso, per guadagnarsi un considerevole vantaggio tattico.
Regole: la biglia andava colpita solo ed esclusivamente con il dito medio (perché non è dato sapere); un colpo a testa; in caso di uscita di pista della biglia, la stessa andava riposizionata nel punto esatto da dove era fuoriuscita e il concorrente saltava un turno; se la biglia si fosse romrotta e non eri il proprietario del circuito o il fornitore ufficiale di merenda, gara finita; se il circuito era dotato di una fossa trappola e la biglia ci finiva dentro, gara finita.
Queste le questioni più o meno tecniche, la differenza però la dava il tocco.
Eh sì, il dito era il medio per tutti ma il tocco magico ce l’avevano in pochi. Io e il Giangi naturalmente.
Quelle che seguono, sono nozioni tattiche ritrovate su di un pezzo di carta ingiallita in un cassetto della mia ex casa. In lingua originale.
Rettilineo: colpo secco al sotto della biglia che si alza e non prende sassi messi da me e il G. sperare che biglia si fermi prima della scican;
Scican: colpetto morbido che non c’è fretta è meglio non andare fuori;
Parabolica: se a destra, colpo forte al sinistra della biglia che sbatte alla parete pista e poi si sposta a destra e fa la curva che è una figata. Se a sinistra, uguale ma dall’altra parte;
Altri: se hai biglie davanti, colpo fortissimo e di più nel centro biglia così vanno fuori e non c’è scritto niente che non si può fare. Se una è quella di G. mi dispiace.
Mai andate così piano le Formula 1, no. Ma io ne ho vinte tre su cinque e Il Giangi una. L’altra non mi ricordo chi.
E ad un certo punto mi si è aperto il Mediterraneo.
Un tipo barbamunito in bicicletta è uscito, ma uscito proprio. Mi ha consegnato un foglio da stampante ad aghi con su scritto pressappoco così: (le parentesi sono di mio pugno)
IODIO
e sono il tuo blog
1) Non avrai altro blog all’infuori di me (o cazzo)
2) Non scrivere mai di blog, è sempre invano (mmm)
3) Ricordati che non di solo blog vive l’uomo, tromba ogni tanto anche (beh)
4) Rendi grazie e onore al signor e alla signora Splinder (eddechè?)
5) Non commentare senza prima leggere il post (quasi mai)
6) Leggi i blog, mica i siti porno (ma come cazzo…)
7) Non rubare i post agli altri blogger (mai fatto)
8) Se proprio li rubi, pentiti ed ammettilo (mai fatto)
9) Il tuo template fa cagare? C’è di peggio, non fare l’invidioso (voglio le gif animate)
10) Le blogstar femmina se la tirano, non ci provare neanche (merda).
Non mi sento affatto bene, meglio prendersi una pausa.
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